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Il viaggio della speranza di un gruppo di amici polacchi verso il Mondiale

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Beh, com’è andato il Mondiale lo sappiamo tutti. C’è ampia discussione su demeriti e problemi che indubbiamente hanno radici lontane in un movimento che non sa più creare i picchi di risultato – oltreché di entusiasmo – di molti anni fa. Era meglio prima quando eravamo scemi… dico di solito in questi casi: meno diritti, meno soldi, meno esclusive, meno social, meno appealing ma più contadini. Però in questo spazio che racconta storie e curiosità intorno al mondo della pallavolo non vi voglio parlare di questo. Ho bisogno di rifletterci ancora un po’ e di sbollire la rabbia che è tanta… proprio tanta.

Venerdì, dopo aver visto la partita contro la Polonia, ho dovuto subire l’affettuosa presa in giro dell’amico Wojciech, polacco purosangue, che ormai è italiano d’adozione. Tranne quando si parla di sport… “Mi spiace” mi dice, ma intanto sghignazza. Che cosa gli puoi dire visto il modo in cui ci hanno schiantato dopo il primo set?

Gli dico “Auguri”, forse perché l’amico polacco non sa che dire una cosa del genere a qualcuno che è sotto esame significa portargli della gran sfiga.

Vado a dormire, ho i bruciori di stomaco: guardo un po’ di tv, gioco con i gatti, faccio tre muri su Sugar Crush. Vedo l’ennesima replica di Law and Order e finalmente crollo più o meno intorno alle 3 del mattino. Alle 4.51 rimbomba il telefono: la mia suoneria per i numeri sconosciuti è “Who’s the King?” dei Dog Eat Dog, brano di una violenza inaudita. Rischio l’infarto, mi calmo, non è mamma, non sono i ragazzi, va tutto bene…. Ma chi diavolo è? Il display dice +48. Ma che prefisso è +48…?

Rispondo con il tono del genovese incarognito:

“Pronto caro Stefàno! Sono Szymon!”. E sotto un gran frastuono di autoradio, gente che parla e macchina in corsa.

Il bello del mio mestiere, se sai farlo davvero, è che hai la possibilità di andare in tanti posti diversi e conoscere tantissima gente. Io ho avuto fortuna: per lavoro, e non per turismo, ho visitato 38 paesi e ho lasciato l’Italia oltre 400 volte. Ormai dovreste saperlo che tengo conto di qualsiasi cosa io faccia. In Polonia sono stato quattro volte, la prima nel 1996: sono andato a vedermi due Festival fantastici, uno in Danimarca, a Roskilde, e uno per l’appunto in Polonia, a Sopot. Volevo anche andare a vedere Gdansk oltre che Cracovia e la capitale. Ma soprattutto ero in viaggio per la musica: a Roskilde c’erano Sex Pistols, Neil Young, Nick Cave, Bjork, Red Hot Chili Peppers e un gruppo nuovo che adoravo già, i Foo Fighters. Che pochi giorni dopo avrebbero suonato a Sopot con Joe Satriani. Tombola!

A Sopot, di fronte a questo palco allestito su un molo del porto, conosco Szymon, un ragazzo di un paio di anni più giovane di me che parla un discreto italiano. Ha vissuto da noi, ha studiato, ama il nostro paese: e dall’Italia si è portato in patria la passione per la pallavolo ancora prima che diventasse uno sport di massa anche nel suo paese. Szymon è di Belchatow ed è un tifoso sfegatato dello SKRA oltre che della nazionale. Ho visto un paio di partite della Polonia con lui e i suoi amici e devo ammettere che pur non capendo una parola di quello che usciva dalle loro bocche, l’effetto è impressionante.

Ah già, il telefono…

– mi chiama da sempre così, con l’accento sbagliato –

Grande giornalista… è indietro di qualche giro il polacco. Va beh… Gli spiego che non è facile, che è sold out che non saprei come fare: è la sua risposta, aggiungendo che in effetti sono già partiti, hanno passato il primo confine, hanno fatto gasolio a Ostrava e contano di arrivare al massimo in tredici ore. Faccio due conti… la Polonia gioca la seconda semifinale e ce la dovrebbero fare: molto più difficile trovare i biglietti.

Che poi… sono, dovrebbero, noi, arriviamo. Tutto al plurale:

Cinque pazzi polacchi in una trasferta da 1700 chilometri su una Golf. Meritano un aiuto.

Il tempo che l’orario diventi decente anche in Italia e comincio a fare qualche telefonata. Uso i cosiddetti canali ufficiali che non portano quasi mai ad alcun risultato. Szymon ogni 200 chilometri mi manda un messaggio Whatsapp citandomi le città appena passate. Quando arriva al confine italiano e passa da Tarvisio inizio a preoccuparmi. Dai bagarini no, mi rifiuto: dai bagarini online peggio ancora. Ci sarà qualcuno che vuole vendere dei biglietti… E in cinque minuti di ricerca online trovo almeno sei o sette annunci di tifosi italiani delusi che avevano comprato da mesi i tagliandi aspettando l’Italia.

Aspetta e spera.

Carrara, Viterbo, Macerata, Vicenza… Settimo Torinese: eccolo! È lui! Che poi in realtà è lei! Angela, ex giocatrice, attualmente allenatrice di una squadra giovanile del suo paese ha sei biglietti per la semifinale e altrettanti per la finale. È disperata, vuole venderli e non sa come. Stava già pensando di andare fuori dal Pala Alpitour con il cartellino “vendo biglietti”. Concordiamo una cifra, onesta. Le dico che le prendiamo anche il sesto biglietto e se lo vendiamo le restituiamo i soldi: le ricarico subito la Poste Pay e tra una telefonata e un Whatsapp concordiamo il luogo dello scambio… ore 18 all’Autogrill Settimo Torinese Nord. La pattuglia polacca arriva, prende i biglietti, regala una sciarpa biancorossa alla figlia di Angela, una bottiglia di Sliwowitz al marito e al grido di fa il suo ingresso trionfale in città.

Non sto a raccontarvi altro perché i messaggi e le telefonate sono state tante: magari solo la fine.

Sono le 3.36 della notte tra domenica e lunedì. Qualcuno mi suona alla porta: scendo, apro la porta e… Szymon! Non lo vedo da almeno quindici anni: peserà 140 chili, mi abbraccia, mi dà una pacca sulla spalla e mi presenta gli altri quattro della pattuglia di Belchatow. Devono sbrigarsi a rientrare, martedì lavorano ma volevano darmi i soldi (giuro che non ho fatto il genovese, gli ho anche detto ”) e ringraziarmi di persona. Ricordo che Szymon aveva il mio indirizzo di casa, a Natale mi arriva sempre una bottiglia delle sue, e il navigatore deve aver fatto il resto. Dal bagagliaio della Golf spuntano una sciarpa della Polonia e una cassa di Sliwowitz.

Guardo questi ragazzi stremati che non hanno dormito – niente albergo – sono senza un filo di voce e hanno fatto quasi 3500 chilometri in sessanta ore solo per una sana passione sportiva. È un contrasto fortissimo quello delle immagini di festa chiassosa dei tifosi polacchi del volley rispetto a quelle, orrende, degli ultrà del calcio che sono girate negli ultimi tempi… eccessi che la pallavolo non ammette all’ingresso. Mi fa sorridere il fatto che il sogno di una tifosa italiana delusa sia diventata realtà per un drappello di matti scappato di notte dal proprio paese senza biglietti né organizzazione alcuna. Ogni storia ha il suo rovescio, i polacchi chi hanno dato una gran lezione. E Szymon ci mette la firma: – mi dice con una pacca –

E prima che la Golf riparta e io mi sistemi in casa la cassa di Sliwowitz mi dicono . Che vuol dire alla salute. Speriamo…


Fonte: https://www.volleynews.it/


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